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Franco D’Andrea è un musicista che
non ha bisogno di presentazioni. La sua
storia artistica è talmente ricca e intensa
che enumerare tutte le collaborazioni, gli
incontri e le opere significative non
avrebbe senso, se non in una pubblicazione
allargata, che prendesse in esame con
precisione questa carriera formidabile nella
sua totalità.
D’altra parte, per condensare in pochi
tratti e in modo significativo il suo
temperamento e la sua originalità ci
vorrebbero forse le parole di un poeta.
Certo, un poeta che non usasse termini
altisonanti e astrusi, ma che parlasse il
linguaggio della quotidianità disadorna,
ricca di senso, come hanno fatto i nostri
migliori poeti.
E come fa D’Andrea quando si esprime con il
proprio strumento, sempre alla ricerca della
poesia più asciutta, scarnificata, ma
profondamente vera, scaturita da un
linguaggio che sta mirabilmente sospeso tra
la quotidianità e il soprannaturale.
Un linguaggio radicato nella tradizione
della musica afro-americana, a tal punto che
spesso non è facile seguirlo fino in fondo
nei dettagli delle sue divagazioni ritmiche,
dei suoi insistenti riff, delle citazioni,
che sono sempre appropriazioni alla ricerca
di un’autenticità.
Il suo lavoro reclama dunque frequentazione,
confidenza, attenzione, disposizione alla
scoperta e allo stupore.
«Il piano solo rappresenta nel jazz una
delle occasioni più adatte per ricercare,
improvvisando, nuove combinazioni musicali,
con esiti imprevedibili.
In genere il musicista ha molti tasselli del
mosaico pronti, ma la trama finale è
comunque tutta da inventare. Inoltre qualche
volta suonando può venire alla luce un
elemento musicale nuovo, non conosciuto, di
cui non sono chiare le implicazioni.
Accettare il confronto con questo nuovo
elemento significa, in un certo senso,
aprirsi un varco verso il mistero, “Into the
Mistery”» [Franco D’Andrea] |